altratella.it, che fare?

Abbiamo lanciato l'hashtag #altratellachefare? per decidere insieme cosa può essere domani questo (non-) luogo e spazio. PARTECIPA ANCHE TU! Leggi tutto

La discarica di Atella nel disastro rifiuti lucano

Un'interessantissima video-inchiesta sui rifiuti e il loro smaltimento, analizzando la questione e i suoi sviluppi nell'area del Vulture. E in quest'area ricade anche la discarica di Atella di località Cafaro, discarica che rientra a pieno titolo nell'enorme business legato allo smaltimento dei rifiuti. Leggi tutto

AAA acque minerali lucane in svendita

Nell'anno 2012 la regione Basilicata ha introitato la ridicola cifra di 323.464 euro dai canoni per l'imbottigliamento delle acque minerali, se si applicasse un canone equo (come suggerito dagli autori della ricerca) di 10 euro/mc la nostra regione incasserebbe 9,2 milioni di euro. Leggi tutto

Il tuo voto ad un uomo così

"Amico mio, chissà quante volte tu hai dato il tuo voto, ad un uomo poli­tico così, cioè corrotto, ignorante e stupido, sol perché una volta insedia­to al posto di potere egli ti poteva ga­rantire una raccomandazione, la pro­mozione ad un concorso, l’assunzione di un tuo parente, una licenza edilizia di sgarro.
Così facendo tu e milioni di altri cittadini italiani avete riempito i par­lamenti e le assemblee regionali e co­munali degli uomini peggiori, spiri­tualmente più laidi, più disponibili alla truffa civile, più dannosi alla so­cietà.
Di tutto quello che accade oggi in questa nazione, la prima e maggiore colpa è tua".

Giuseppe Fava detto Pippo (1925 - 1984)

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lunedì, marzo 18, 2013

Ricerche idrocarburi anche nell'area dell'Aglianico DOC

La Ola, Organizzazione lucana ambientalista, rende noto che la società Delta Energy Ltd – con sede centrale in Brighton, 43 Park Crescent, East Sussex BN2 3HB, Regno Unito – dopo aver presentato il 28 maggio 2012 presso gli uffici del Ministero dello Sviluppo Economico la nuova istanza di permesso denominato “La Bicocca” ricadente nei Comuni di Barile, Melfi e Rapolla ed estesa su oltre 155 Kmq, ha chiesto alla Regione Basilicata ed agli enti locali l’attivazione della procedura VIA ai sensi della L.R. 47/98. Infatti, con avviso pubblicato sul recente Bollettino Ufficiale della Regione Basilicata n. 7 del 16/3/2013, la società con sede di rappresentanza presso lo studio romano dell’avvocato Turco e sede periferica a Matera, vuol effettuare ricerche di idrocarburi anche nel cuore del Vulture, area di produzione del vino Aglianico doc. La nuova istanza di permesso di ricerca “La Bicocca” della Delta Energy, dopo il permesso “Palazzo San Gervasio” della Aleanna Resources, va infatti ulteriormente ad estendere le aree per la ricerca di idrocarburi a nord del territorio regionale.
Questa volta la Delta Energy si rivolge alle aree di produzione del vino Aglianico del Vulture, a quelle cerealicole ed olivicole di pregio, ove sono presenti valenze ambientali, archeologiche, naturalistiche, SIC e ZPS incluse nella Rete Natura 2000 dell’Unione Europea. La Ola chiede ai comuni interessati di Barile, Melfi e Rapolla che hanno già ricevuto la richiesta della Delta Energy in questi giorni di convocare consigli comunali aperti ed opporsi alle richieste della Delta Energy nei termini fissati di 45 giorni, ovvero entro il 1 Maggio 2013.
La Ola esorta i produttori agricoli del Vulture ad opporsi ora e far sentire con forza la propria voce, prima che sia troppo tardi, per non vedere compromessa l’immagine dei loro prodotti ma anche il territorio, così come la Val d’Agri tristemente testimonia.
La Ola è costretta a denunciare nuovamente l’assordante silenzio della Regione Basilicata che fa finta di opporsi alle nuove istanze di permessi di ricerca, fidando nella cosiddetta moratoria bluff (art.37 della L.R. 16/2012) impugnata per incostituzionalità dal Governo Monti presso la Corte Costituzionale, mentre gli uffici del dipartimento ambiente attivano quasi ogni settimana nuove istanze VIA da essi considerate “atti dovuti”. E’ in questo modo – evidenzia la Ola – che si spalancano le porte alle compagnie minerarie, grazie ai conflitti d’interesse dall’esito scontato.

giovedì, gennaio 03, 2013

Placido capolista alla Camera in Basilicata per SEL

Nonostante tutto e tutti, il miglior sindaco della Basilicata (a detta di molti), Antonio Placido, ha vinto le primarie per la formazione delle liste di SEL alla Camera in Basilicata (qui i dati regionali divisi per provincia). Il sindaco di Rionero in Vulture sarà capolista nel collegio Basilicata, staccando nettamente i suoi sfidanti alle parlamentarie di Sinistra Ecologia e Libertà indette per definire il posizionamento all'interno delle liste. Al Senato in Basilicata sarà capolista Giovanni Barozzino, anche lui di Rionero, operaio SATA licenziato e reintegrato sul lavoro dopo sentenza del giudice.

Ad Atella s'è registrato un calo dei consensi per il partito Sinistra Ecologia e Libertà: mentre alle primarie per il leader del centrosinistra erano state 48 le preferenze accordate a Nichi Vendola, nelle "parlamentarie" solo 21 votanti per SEL, probabilmente per via della manifestazione esplicita di scelta per SEL o PD che bisognava fare al momento del voto e che avrà messo in difficoltà molti spingendoli a non esporsi pubblicamente.

Inoltre, sempre nel seggio di Atella, alta l'affluenza alle parlamentarie del PD a cui si sono accodati anche esponenti, dirigenti (e familiari) dell'IDV locale.

mercoledì, aprile 04, 2012

Gruppo di acquisto/filiera corta del Vulture

Insalata, fragole, uova, albicocche, kiwi,broccoli, rape, rucola, fagioli, ceci, cucuzze, etc...
Sei un produttore agricolo o sei un consumatore alla ricerca di prodotti di stagione, freschi, genuini e a prezzo vantaggioso?
Unisciti al gruppo di acquisto/filiera corta del Vulture, scrivi a altratella@gmail.com

Filiera corta: prodotti agricoli a Km zero, nuovo stile di consumi

Farmer markets, ristoranti a chilometro zero, distributori di latte crudo e scelte consapevoli: il mercato dei consumi si orienta verso la sostenibilità e a guadagnarci non è solo il consumatore, ma anche l’economia del territorio.
Ma cos’è esattamente la filiera corta? Cosa prevede il Km zero? Quali vantaggi porta al consumatore in termini economici e alimetari? Scopriamolo con questa guida!

Storia della filiera agricola

Uno dei primi teorici del consumo di prodotti locali è lo statunitense Gary Paul Nabhan, che nel 2001 ha pubblicato il libro “Coming Home To Eat”. Accattivante ed ironico, nel libro vengono descritti gli sforzi compiuti da questo etnobotanico al fine di consumare cibi la cui provenienza fosse circoscritta in un raggio di 220 miglia (circa 400 chilometri) dalla sua casa in Arizona.
Pochi anni dopo, nel 2005, i giornalisti James B. MacKinnon e Alisa Smith fecero anche di più: restringendo il raggio a sole cento miglia, per un anno si cibarono di prodotti provenienti esclusivamente dal territorio circostante la loro casa di Vancouver, in Canada. La loro esperienza è raccontata nel libro “The 100-Mile Diet: A Year of Local Eating”, ancora inedito in Italia ma che ha riscosso un grande successo nel mondo anglosassone.
In Italia la cultura del “chilometro zero” è approdata in tempi recenti, ma ha trovato da subito un terreno fertile: basti pensare che nel 2008 la regione Veneto, prima in Italia, si è dotata di una legge (L.R. 25 luglio 2008, n. 7 BUR n. 62/2008) volta a riconoscere le attività di distribuzione e ristorazione che, in percentuali comprese fra il 30 e il 50%, si approvvigionano di prodotti di origine veneta.
Non solo: la maggior richiesta di alimenti di provenienza locale ha avuto un ‘effetto volano’, sulla proliferazione dei cosiddetti “farmer markets”, ovvero i “mercati contadini” nei quali agricoltori ed allevatori, evitando le maglie della grande distribuzione, offrono i loro prodotti direttamente al consumatore. Parallelamente a questo ‘nuovo’ (eppur antico!) modo di fare la spesa, anche il mondo della ristorazione ha accolto e sfruttato le opportunità offerte dai mercati del territorio: sono infatti in costante aumento i cosiddetti “ristoranti a chilometro zero”, nei quali vengono serviti piatti cucinati secondo la tradizione, i cui ingredienti sono rigorosamente di provenienza locale.
Da sottolineare infine è la recentissima approvazione del Ddl ‘Norme per la valorizzazione dei prodotti agricoli provenienti da filiera corta e di qualità’, approvato dal Consiglio dei Ministri il 1° marzo 2010. Il provvedimento è uno strumento legislativo di primaria importanza perché, per la prima volta, definisce i mercati agricoli di vendita diretta, promuovendo la domanda e l’offerta dei prodotti agricoli a chilometro zero e fornendo un inquadramento del settore dal punto di vista legislativo.

Quanto viaggia la nostra spesa?

Camminando per le corsie di un qualunque supermercato, ognuno di noi non può che rimanere quasi stordito dall’assortimento di prodotti disponibili: dal reparto ortofrutta a quello della macelleria, dal banco del pesce agli sterminati scaffali di prodotti alimentari, la scelta è pressoché illimitata. Eppure, non è difficile ricordare che fino a qualche tempo fa la spesa la si faceva dal fruttivendolo, dal macellaio, al piccolo negozio di alimentari sotto casa. Il panettiere produceva le giuste quantità di pane per soddisfare la sua clientela ed evitare gli sprechi, dal fruttivendolo le zucche si trovavano solo in inverno e le pesche solo in estate, e non era raro che dal pescivendolo non si trovasse un certo tipo di pesce, se ad esempio le condizioni meteorologiche impedivano ai piccoli pescherecci di uscire in mare. Ed ora?
Quantità imbarazzanti di cibo che ogni giorno vengono gettate, prodotti del reparto ortofrutta che si trovano costantemente in qualsiasi momento dell’anno, carne e pesce provenienti da altri Paesi, se non da altri continenti. Ad esempio, secondo un’indagine della Coldiretti, negli ultimi anni le importazioni di frutta e verdura dall’estero hanno raggiunto nel un valore complessivo di circa due miliardi di euro; i Paesi maggiormente coinvolti sono quelli sudamericani (Colombia, Ecuador, Cile, Brasile e Argentina) ma anche europei (Spagna) ed africani (Marocco, Egitto, Tunisia). I prezzi competitivi offerti dai prodotti di importazione mettono decisamente a rischio le produzioni ortofrutticole italiane, che sono fra le maggiori in Europa con produzioni annuali di circa 20 milioni di tonnellate di frutta e 16 di verdure ed ortaggi.
Certo, esistono prodotti ortofrutticoli la cui importazione è praticamente indispensabile (come, ad esempio, la frutta tropicale), poiché le condizioni climatiche in Europa non ne consentono la coltivazione, eppure è ormai prassi trovare sul mercato italiano non solo le primizie, ma anche i prodotti di stagione: pere argentine, arance sudafricane, mele cinesi e fagiolini del Kenya. Per non parlare di vini cileni, bistecche argentine, tonno del Pacifico o carne di canguro. Questo cosa comporta? Che, mediamente, per arrivare su una tavola occidentale, un pasto medio ha frequentemente viaggiato per un totale di oltre 1900 chilometri (e questo lo sostiene il premio nobel Al Gore, nel suo libro ‘An Inconvenient Truth – Una scomoda verità’, Rizzoli). Nei casi più eccezionali, un vino australiano deve percorrere oltre 16000 chilometri per giungere al nostro bicchiere, consumando quasi 10 kg di petrolio ed emettendo una trentina di chilogrammi di CO2; non va meglio con la frutta cilena che genera, per ogni chilogrammo di prodotto, più di 22 kg di anidride carbonica, dovendo viaggiare per oltre 12000 chilometri e consumando oltre 7 kg di petrolio. Ma quali sono i costi di questa follia commerciale?
Alla luce dei fenomeni di caro-petrolio, che si presentano con sempre maggior frequenza, e dei costi non indifferenti della logistica, appare evidente che questo sistema di consumo globalizzato non è sostenibile né dal punto di vista ambientale né da quello economico. I prodotti che si trovano a viaggiare su camion, nave, aereo sono indiscutibilmente più costosi di quelli nostrani.
Fortunatamente, sempre secondo la Coldiretti, la contaminazione dei mercati del nostro Paese da parte di prodotti stranieri ha un valido ‘nemico’ in tre consumatori su quattro, che sostengono di riporre maggiore fiducia nei prodotti di provenienza italiana e che, in quasi la metà dei casi (46%) sono disposti a spendere di più pur di acquistare un prodotto del nostro Paese.

I farmer markets

Quasi come una ‘ribellione’ nei confronti degli sprechi e delle assurdità del sistema commerciale, negli ultimi anni il consumatore italiano ha riscoperto la sua sensibilità nei confronti di un consumo critico e sostenibile; uno dei maggiori risultati di questa presa di coscienza è stato il diffondersi dei cosiddetti ‘farmer markets’, ovvero dei mercati contadini. Presenti in quasi tutte le città italiane, i mercati nei quali si commerciano esclusivamente prodotti locali sono ormai una realtà consolidata. I piccoli produttori del territorio hanno l’opportunità di vendere direttamente ai consumatori gli alimenti provenienti dalle loro aziende, evitando perciò i passaggi intermedi dei grossisti e delle grandi catene di distribuzione.
I risvolti positivi di questa “filiera corta” sono numerosi, a partire dalla competitività dei prezzi di alcuni prodotti, che non subiscono i ricarichi generati dal passaggio di mano fra un intermediario e l’altro. Inoltre, la provenienza locale dei prodotti garantisce la freschezza degli stessi, a differenza di quanto avviene nella grande distribuzione per la quale si rendono necessarie metodologie di conservazione (es. celle frigorifere, additivi chimici e conservanti) che vanno ad influenzare negativamente le qualità organolettiche dei prodotti stessi. Il presupposto stesso del “km zero”, inoltre, fa sì che i cibi subiscano un trasportati solo su distanze relativamente brevi, il che consente la riduzione dei consumi energetici e delle conseguenti emissioni di anidride carbonica.
Le aziende agricole gestite dai produttori locali sono generalmente di dimensioni ridotte, e la presenza estesa di serre rappresenta più l’eccezione che la regola. Ciò significa che gli agricoltori coltivano seguendo i ritmi della natura, e che i prodotti reperibili nei mercati territoriali sono rigorosamente di stagione. Proprio la riscoperta della periodicità dei prodotti ortofrutticoli sta alla base del successo dei farmer markets, in netta contrapposizione con l’astagionalità tipica della grande distribuzione; il consumatore infatti tende ad ‘autoeducarsi’ al fatto di non poter mangiare pomodori a dicembre, o mele a giugno, ritrovando perciò un contatto positivo con la stagionalità dell’alimentazione.
Rifornirsi presso mercati legati al territorio significa anche la possibilità di trovare varietà locali di frutta e verdura, come la zucchina di San Pasquale (Campania) o il cipollotto Nocerino DOP, ma anche varietà zootecniche considerate “minori”, come ad esempio il suino nero di Parma o le decine di razze ovine, suine e caprine locali diffuse sul territorio nazionale. Da sottolineare inoltre è la valorizzazione delle varietà di cereali che la produzione agricola industrializzata ha soppiantato, ma che sono state recentemente oggetto di progetti di recupero e conservazione della biodiversità.
Fare acquisti ai mercati locali fa bene non solo all’ambiente ma anche al portafogli: secondo una recente indagine di Coldiretti, infatti, il risparmio legato all’acquisto a chilometro zero è intorno al 30% raggiungendo, in alcuni casi, anche il 50%. Acquistando prodotti locali, il risparmio può essere quantificato in circa cento euro al mese (calcolato su una spesa media di 467€) e, da non trascurare, consente di evitare emissioni di CO2 pari ad una tonnellata all’anno.
Da non trascurare, infatti, è la socialità legata all’acquisto locale: i mercati contadini sono spesso luoghi dove è piacevole fermarsi per osservare i prodotti, parlare, confrontarsi con i produttori, stabilendo rapporti di fiducia e promuovendone la solidità nel tempo.

Ristorazione a chilometri zero

Il mondo della ristorazione ha colto al volo l’opportunità offerta dalla promozione dei mercati locali, e sono sempre di più i ristoranti che offrono i cosiddetti “menu a km zero”. L’idea nasce da Padova, grazie al sostegno offerto dalla regione Veneto, e identifica quei locali che offrono cibi reperiti in un raggio di cento chilometri. L’osteria “Vitanova” di Padova è stato il primo ristorante a ricevere la certificazione del “km 0”, offrendo ad esempio grana padano e formaggio Asiago provenienti da meno di trenta chilometri di distanza, vino dei Colli Euganei da 27, mentre il radicchio ne deve percorrere solo 16. Insieme ad un’altra ventina di ristoranti veneti che sinora hanno ricevuto la certificazione, in tutta Italia l’esperimento sta allargandosi a macchia d’olio; ad esempio, nel Parco Nazionale dell’Appennino Tosco Emiliano è stato avviato nel 2008 un concorso volto alla premiazione dei migliori “menu a chilometro zero” dei ristoranti ubicati nel territorio del parco. La valorizzazione del ricchissimo patrimonio enogastronomico dell’Appennino settentrionale è stato promossa da numerosi ristoranti dislocati nelle province di Massa Carrara, Lucca, Parma e Reggio Emilia, e per la cronaca il vincitore della prima edizione è stato il ristorante “Montagna Verde” di Apella (Ms), il cui menu a km zero ha sbaragliato altri ventuno agguerriti concorrenti.
Anche nel settore pubblico sta prendendo piede l’ottica del consumo di prodotti locali: un caso virtuoso è ad esempio offerto dal progetto “Bam.P.È.” (‘Bambini e prodotti agricoli d’eccellenza’), che promuove nelle mense scolastiche del Sassarese il consumo di prodotti locali di qualità e, in tal modo, contribuisce al sostentamento dell’economia isolana. Il progetto, sostenuto da finanziamenti a livello europeo e della durata prevista di trenta mesi, persegue il duplice obiettivo di fornire ai bambini delle scuole primarie un’alimentazione sana ed equilibrata, ma al contempo anche di educare le nuove generazioni alla conoscenza dei prodotti tradizionali e di contribuire alla formazione di ‘nuovi consumatori’ dotati di spirito critico e sensibilità nei consumi.

Latte crudo alla spina

Ormai diffusissimi sul territorio italiano, le capannine che offrono il latte crudo alla spina rappresentano un’alternativa che sempre più consumatori utilizzano. Nato come un esperimento, i distributori sono ormai centinaia ed offrono non solo latte, ma anche burro, formaggi, prodotti caseari delle aziende del territorio. Con un risparmio non indifferente: ad esempio, un litro di latte crudo costa un euro, contro i 30-50 centesimi in più pagati al supermercato. Oltre ad avvantaggiare i produttori locali, anche dal punto di vista ambientale ci sono risvolti positivi, poiché in genere è possibile portarsi la bottiglia da casa e riempirla presso il distributore, evitando lo spreco legato allo smaltimento delle confezioni usa e getta.
In rete è presente addirittura un sito che mappa i distributori di latte alla spina (www.milkmaps.com), e fare acquisti è sempre più comodo grazie alle chiavette ricaricabili, simili a quelle per la macchinetta del caffè dell’ufficio. La sicurezza dal punto di vista alimentare è garantita da rigorosi controlli di qualità e gli sprechi sono messi al bando: il latte non erogato entro 24 ore viene ritirato ed utilizzato per la produzione di ricotta e formaggi.

Prodotti locali e chilometro zero: una scelta vincente

Il consumo di prodotti di origine locale sta vivendo un periodo di grande espansione, e non a caso: la promozione dei prodotti “a chilometro zero” ha risvolti positivi sotto numerosi punti di vista. In termini di qualità del prodotto offerto al consumatore, i cibi di provenienza locale sono più freschi e il loro avvicendamento aiuta a riscoprire il senso dei consumi stagionali. I prodotti del territorio, inoltre, consentono il risparmio sulle spese di trasporto e sulle emissioni di anidride carbonica, pertanto la loro scelta rappresentano un’azione significativa in termini di sostenibilità ambientale. Dal punto di vista del portafoglio, inoltre, il risparmio offerto dall’approvvigionamento diretto “dal produttore al consumatore” è un vantaggio che, in tempi come questi, non è certo da sottovalutare.

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venerdì, febbraio 10, 2012

Laghi di Monticchio, turismo e veleni

Nel 2003 una famosa agenzia di revisione finanziaria, analizzando l’utilizzo dei fondi europei della Basilicata, ricordò alla Regione perché era importante tutelare il Vulture, e puntare su turismo e sostenibilità ambientale. Come è andata a finire?

“Prego, accomodatevi. Questo è l’unico posto dove si può mangiare con vista sul lago”. È l’accoglienza d’un cameriere fuori dal ristorante in cui lavora. Siamo a Monticchio, e se non fosse per il tetto in eternit sarebbe tutto perfetto. Sul lago, oltre alla vista, c’è pure l’amianto degli anni ’80. E visto lo stato di degrado, immaginate l’umidità che produce un cratere pieno d’acqua, chiedo se sulla testa dei clienti comporta uno sconto. Lui si defila. Davanti gli passano bambini che costeggiano le sponde assieme a papà e mamme, coppie, gente in bici. Il viavai turistico. Almeno il sabato e la domenica, quando arrivano soprattutto campani, pugliesi e lucani. Pensare che nel 2003 abbiamo dovuto pagare Ernst & Young,leader mondiale nei servizi di revisione, fiscalità, transaction e advisory, per farci ricordare che il turismo è “uno dei principali assi di sviluppo sostenibile della Basilicata”. Evidentemente, ancora non lo sapevamo.
QUEL LAGO ALL’AMIANTO - Sulle pendici dell’antico cratere di origine vulcanica (formatosi 800 mila anni fa, ndr),da sempre sui laghi svetta l’abbazia benedettina. Dentro, tracce di affreschi risalenti alla metà del secolo XI, e il Cristo ligneo di un’artista lucano, immagine contemporanea d’ascensione che si sovrappone alle icone del passato. Da sopra la vista è meravigliosa. Per l’abbazia nel 2003 la Provincia di Potenza spese 150 mila euro. Altri 350 mila sarebbero stati disponibili per successivi interventi di adeguamento, l’avvio del recupero della Casina Laghi, la regolamentazione dell’attività dei natanti, e una serie di iniziative turistiche e promozionali, come la pubblicazione del volume sulla farfalla del Vulture, specie in via di estinzione grazie a cui nel ’61 l’area è diventata protetta. Si parlava pure di azioni di pulizia del territorio attraverso i soliti lavoratori socialmente utili, e personale stagionale. L’allora presidente della Provincia Vito Santarsiero disse che occorreva “fare ordine”. Sulla gestione. Nel 2001 il Dipartimento ambiente della Regione aveva ritirato alla Provincia la delega di gestore, assegnatagli nel ’94. A prescindere i contrasti nel definire le competenze, anche sulle risorse economiche, già il Programma operativo 94/99 aveva attivato finanziamenti per un circuito turistico ecocompatibile. Quello stesso anno, con il Programma operativo plurifondo si finanziava un progetto della Comunità montana per valorizzare cratere e laghi.
I risultati, al di là dell’avvio d’una “proficua intesa” tra Comuni e Comunità Montana, girando oggi non si vedono granché. Natanti a parte, l’abbazia in parte è un cantiere aperto. Un pezzo della ringhiera in legno attaccata all’abbazia venendo dal lago piccolo, non esiste più. Col rischio di farsi un volo di 10 metri. Sul lago molti dei lampioni a terra che lo circondano hanno fili elettrici scoperti. O sono usati come bidoni di rifiuti. I cartelli che dovrebbero parlarci della storia del luogo, della tradizione, dell’ecosistema, sono spazi vuoti, non raccontano nulla. E i locali lungo le sponde? Quelli dove si mangia, si compra il souvenir, ci si prende un caffè, o semplicemente si passeggia per godersi il lago?
La maggior parte hanno un tetto fatto d’eternit con trentanni d’invecchiamento alle spalle e vegetazione che ci cresce sopra. In qualche caso fissati con mattoni appoggiati. Nessuno, nonostante gli investimenti per il turismo, e l’attenzione verso la valorizzazione, sembra essersi accorto della loro esistenza. Eppure la revisione del Programma operativo regionale 2000/2006, fatta da Ernst&Young per “incidere positivamente sul mercato e sulla società”, ricorda che Rionero in Vulture, sotto cui i laghi ricadono, rientrava tra i comuni ai quali erano stati riconosciuti anche finanziamenti per 250 mila euro per la “rimozione di situazioni di degrado e interventi tesi a prevenire situazioni di pericolo per l’igienicità dei litorali”. Igienicità o meno, l’amianto è rimasto sul litorale del lago piccolo e da qualche altra parte, mentre i fondi sulla “valorizzazione e promozione turistica” volavano. Più di 15 milioni di euro in quegli anni, aggiunti ad altri 18 per progetti riguardanti lo “sviluppo della ricettività turistica e dei servizi complementari connessi”.
ACQUA E RIFIUTI - Nonostante nel ’71, per salvaguardare il patrimonio ambientale e faunistico venne istituita la riserva di Grotticelle, a valorizzare il vulcano, l’evoluzione del pianeta e del nostro territorio, o del ciclo dell’acqua, resta solo il Museo di storia naturale. Un ciclo, quello dell’acqua, tanto importante che nel Vulture ha attirato interessi multinazionali. Il fondo è ricco di sorgenti. E non si trovano cartelli che parlino al turista dei briganti. Non è facile raggiungere le “Piste dei briganti di Crocco”, un sentiero tra i boschi che conduce a 1326 metri. Attorno ontani, castagni, cerri, faggi, noccioli, frassini, abeti. Prima di raggiungere la vetta s’incontra la stazione d’arrivo della funivia. Distrutta, e anche qui non manca l’amianto in pezzi. Sulla vetta non ci si arriva. È zona militare, vietata. Si riesce a vedere Melfi però. Sotto quel vecchio vulcano ricco di sorgenti, poco oltre la città federiciana, c’è l’inceneritore Fenice, con i problemi che si porta dietro. È sempre la famosa agenzia a consigliare la Regione di riprogrammare tenendo conto che il “problema della gestione efficiente ed efficace delle risorse idriche nella Regione è prioritario per la quasi totalità del territorio”.
Così mentre si sottolinea la necessità di finanziare progetti tesi “a garantire una piena e sostenibile fruizione turistica delle aree a maggiore valenza ambientale”, l’inceneritore brucia. E produce i suoi effetti. L’anno prima un report sui rifiuti speciali aveva ricordato l’incredibile picco in tonnellate bruciate, un “caso a parte” nel meridione. Oggi si scopre l’inquinamento, e non solo nell’area attorno all’inceneritore. Da un lato con soldi pubblici la Regione paga famose agenzie per farsi ricordare che “il bacino idrominerario del Vulture rappresenta uno dei più importanti patrimoni di sorgenti e acque sotterranee della Basilicata”, ed eroga fondi per il ciclo integrato dell’acqua (53 milioni di euro nel solo triennio del 2003), per migliorare le produzioni zootecniche (oltre 600 mila euro per il Comune Rionero, 1.200.844 per Melfi), o per la ristrutturazione dei vigneti (partita nel 1998, ha ammontato a 2,7 milioni di euro).Dall’altro, sotto un territorio con la denominazione di origine controllata, con acque che vanno a tavola, autorizza un inceneritore a mandare in aria i fumi di tonnellate e tonnellate di rifiuti, anche pericolosi, che hanno già immesso nell’ecosistema metalli pesanti e altri contaminanti.
Nel 2009 mentre la Comunità montana del Vulture determinava su un “intervento di valorizzazione del cratere dei laghi di Monticchio, riqualificazione ambientale versante lago piccolo, liquidazione competenze professionali”, Maurizio Bolognetti, Segretario dei Radicali lucani, denunciava alla Procura della repubblica di Potenza l’inquinamento della falda acquifera del fiume Ofanto, appreso da responsabili dell’inceneritore che da tempo tacevano, assieme a enti pubblici di controllo, il danno ambientale. Tra 2000-2002, un’azione chiamata “Rete ecologica”, il cui obiettivo resta la “sostenibilità e la corretta fruizione delle risorse ambientali”, ha incamerato 4 milioni di euro. Oggi, allargando il campo, si scoprono gli impatti degli scavi petroliferi in un Parco ricco di sorgenti (Val D’Agri), i rifiuti da estrazione smaltiti spesso – dichiarava Mariano Cudia, Coordinatore regionale del Corpo forestale della Basilicata – in pozzi abbandonati. Si scopre che esiste il Centro petroli di Viggiano che fa danni peggio dell’Ilva, le bonifiche infinite di Siti di interesse nazionale che restano com’erano nonostante i finanziamenti, la gestione rifiuti che ha collassato di emergenze una regione di appena 600 mila abitanti, l’inquinamento di invasi, fiumi e torrenti (gli ultimi il Pertusillo, il Noce e il Basento con ennesime morie di pesci), le ex discariche che andrebbero bonificate per il pericolo che rappresentano, depuratori che non funzionano. Un lungo elenco di non conformità per gestire, in modo sostenibile, un territorio ricco di biodiversità e strategico per l’acqua.
di Andrea Spartaco in il Resto, novembre 2011

sabato, febbraio 04, 2012

Il comune di Atella dice NO al permesso "San Fele"

Con delibera N° 01 del 19.01.2012, relativamente al permesso di ricerca idrocarburi "San Fele" ricadente nel comune di Atella, la giunta comunale ha espresso la propria contrarietà all'istanza.
Il parere delle amministrazioni comunali non è vincolante, ma di sicuro è uno strumento importante attraverso cui le comunità esprimono la propria in merito a progetti che la interessano direttamente e non.

Sono diverse le amministrazioni comunali che, nel tempo, si stanno opponendo ai progetti di devastazione del nostro territorio, indice di una maggiore sensibilità da parte degli amministratori nei confronti delle tematiche ambientali e di una maggiore capacità "pervasiva" dei cittadini più attenti ed informati e dei movimenti ambientalisti nel denunciare e sensibilizzare su tematiche ecologiche e di sviluppo alternativo.

La posizione dell'amministrazione comunale di Atella è da accogliere positivamente, con la speranza che a questo atto ufficiale seguano azioni mirate ad affrontare nel pratico le altre criticità che interessano la nostra comunità: occupazione, rifiuti e discarica nonchè inceneritore, disagio sociale e giovanile, rilancio di Monticchio...

Alessandro Pietropinto

sabato, gennaio 07, 2012

Il sindaco di Atella solleva dubbi sul permesso di ricerca petrolifero "San Fele"

Sindaci dei comuni interessati a confronto sul permesso di ricerca dell'Eni "San Fele". E’ ormai noto a tutti che la Basilicata ospita il più grande giacimento petrolifero in terraferma d’Europa che l’ha costretta a trasformarsi in una vera e propria “terra di conquista” per le compagnia petrolifere.

Attualmente l’attività estrattiva dell’oro nero riguarda prevalentemente la Val D’Agri ma, sempre più frequentemente, vengono pubblicate richieste di autorizzazione per trivellare il nostro sottosuolo. Secondo il Bollettino Ufficiale degli Idrocarburi, aggiornato al 31 Gennaio 2008, 21 sono le “concessioni di coltivazione accordate nella terraferma” lucana con una estensione pari a 2.120,89 kmq ovvero al 22% della superficie del nostro territorio. Ma dal 2008 ad oggi diverse sono state le istanze presentate per il rilascio del “permesso di ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi”:  dal permesso “Frusci”, al permesso “Anzi”, fino ai permessi denominati “Satriano di Lucania”, “San Fele” e per ultimo il permesso “Monte Li Foi”. Quindi non solo Val D’Agri e Valle del Sauro, ma è l’intero territorio della Basilicata ad essere nelle mire delle multinazionali del petrolio.I Comuni esprimano parere negativo al permesso petrolifero ENI “San Fele”. 

A chiederlo è la “Ola” - l’organizzazione lucana ambientalista - che in una nota fa sapere che “nonostante l’evidente fallimento del Memorandum firmato da Vito De Filippo e Guido Viceconte – ma non dai ministri dell’Economia – e la promessa del governatore lucano di non far estrarre un goccio di nuovo petrolio in più senza la firma dell’accordo bipartisan tra Governo, Regione ed Eni". Infatti, la società Eni spa ha richiesto alla Regione Basilicata la Verifica di assoggettabilità a Valutazione d’Impatto Ambientale relativa “al rilascio del permesso di ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi denominato San Fele , ubicato nella Regione Basilicata in provincia di Potenza, nei comuni di Atella, Bella, Filiano, Muro Lucano, Rapone, Ruoti e San Fele. La Ola  chiede ai Comuni interessati di esprimere parere negativo al permesso di ricerca Eni”. 

Cariche esplosive nel sottosuolo. Innanzitutto tocca chiarire un punto: non si parla di estrazioni petrolifere ma indagini preliminari per verificare quello che potrebbe esserci nel sottosuolo dell’area. Queste ricerche prevedono diverse attività sul territorio riassunte in 3 fasi:

1. la prima fase consisterà in studi geologici geologici – geofisici e interpretazioni dei dati sismici esistenti per la ricostruzione strutturale dell’area e per l’individuazione di strutture di interesse minerario nei carbonati mesozoici;

2. la seconda fase consisterà in acquisizione di circa 75 Km di linee sismiche 2D volta alla definizione delle migliori strutture di interesse minerario che saranno individuate nella fase preliminare di studi ovvero verranno utilizzati di “stendimenti” capaci di penetrare nel sottosuolo e raggiungere elevate profondità (circa 20-30 km). Su questi stendimenti sono presenti degli elettrodi che, attraverso l’utilizzo di cariche esplosive come la dinamite, rileveranno la reazione del territorio al “sisma” simulato.

3. sulla base dei risultati dell’interpretazione dei dati geologici e geofisici acquisiti nelle fasi precedenti, la terza fase consisterà nella perforazione di un pozzo esplorativo con lo scopo di esplorare la serie carbonatica mesozoica. 

Attualmente il permesso “San Fele” è fermo alla 2° fase del procedimento amministrativo ovvero valutazione ambientale dalla richiesta di presentazione della VIA all'emanazione del decreto VIA ma prossimo alla Conferenza dei Servizi dove il Ministero dello Sviluppo Economico prenderà una decisione in merito all’istanza. Ma, come richiesto dall’Ola, qual è il parere dei comuni interessati dal permesso “San Fele”? 

Qui Atella Allegato al permesso di ricerca presentato dall’Eni è possibile visionare il territorio interessato dal permesso stesso. Per quanto riguarda il Comune di Atella la zona interessata è la Frazione di Sant’Ilario: “un antico borgo” su cui l’Amministrazione sta scommettendo perché “il territorio ha una certa rilevanza di carattere ambientale”. A chiarirlo è il Sindaco di Atella Roberto Telesca che aggiunge “l’Amministrazione vuol prima capire la situazione a priori e non dare risposte a priori. Preferiremmo preservare questo territorio dalle trivellazioni perché esso presenta delle potenzialità diverse. La crescita può venire da altre risorse come il turismo nei nostri Laghi di Monticchio. Non necessariamente dal petrolio”.

Qui San Fele Il Sindaco Fasanella non usa mezzi termini: “la posizione del Comune di San Fele è ovviamente contraria. Abbiamo già fatto una delibera che va in quella direzione. I territori vanno coinvolti invece sembra che l’Eni stia operando bypassando qualsiasi forma di coinvolgimento e questo non è accettabile. Siamo molto preoccupati ma vigileremo e faremo tutte le azioni necessarie per bloccarla”. 

Qui Bella L’amministrazione comunale bellese ha già dichiarato, con una delibera comunale, la propria contrarietà alla ricerca di idrocarburi e all’apertura di pozzi esplorativi presentata dell’Eni. “Dopo il parere negativo alla richiesta denominata “Frusci” confermiamo il nostro no – chiarisce l’assessore Leone - alla richiesta  “San Fele””

Qui Ruoti Interessante la posizione del paese rappresentata dal Sindaco Salinardi: l’amministrazione comunale ruotese ha già pubblicato una delibera con parere negativo all’istanza presentata dall’Eni. “Negativo per solidarizzare con Bella e gli altri paesi però io personalmente sono favorevole alle estrazioni. Magari ci fosse il petrolio a Ruoti, risolleveremmo le sorti dei nostri paesi”. E chiude con una promessa “io sono favorevole che si faccia e sarei d’accordo a riportarlo in Consiglio prossimamente”. Con i comuni in difficoltà le royalties del petrolio fanno gola.

Qui Rapone Dopo una lunga chiacchierata la dottoressa Lorenzo ha mostrato di avere le idee chiare: “Noi siamo ancora in una fase preliminare di studio. Non abbiamo ancora espresso un parere ma non abbiamo pregiudizi”. Con le giuste rassicurazioni “tramutate in atti” il Sindaco di Rapone non esclude che possa dare parere positivo alla richiesta. “Il petrolio è una risorsa – riferisce il Sindaco - quindi è opportuna che se ne discuta e che le cose vengano fatte bene e nei nostri interessi. Per un ente che annaspa con quei soldi si potrebbero attivare delle politiche incredibili”. 

Qui Filiano “Non abbiamo ancora assunto alcuna decisione. In un incontro con alcuni sindaci e l’Assessore Mancusi, considerando l’esperienza della Val D’Agri, abbiamo chiesto di fare preventivamente un’analisi del territorio, uno screening sulle malattie esistenti e di non farlo a posteriori. Cercheremo soltanto delle garanzie”. Con il nuovo anno Filiano darà il suo parere. Ma il Sindaco Nella ha lasciato intendere che il parere positivo non è escluso. 

Qui Muro Lucano Tra i comuni più informati e disponibili a fornire materiale c’è sicuramente Muro Lucano. Abbiamo raggiunto telefonicamente Francesco De Angelis, un membro dello staff del Sindaco, che ha subito sottolineato un problema: “in merito al permesso eccetto qualche associazione e qualche comune di buona volontà, in massima parte nessuno fa le osservazioni di rito e di legge”. Un po’ di superficialità da parte di chi amministra, quindi. “Il problema è che negli anni non è stata mai fatta una Conferenza di Servizi dove, consultando degli esperti, si sarebbe potuto capire quali rischi si corrono con le estrazioni petrolifere.”In merito alla richiesta San Fele “il comune di Muro Lucano dirà no. Però il Sindaco ha dato una copia del permesso alle associazioni e alle minoranze affinché siano informate della situazione”. 

Evitare una “nuova” Val D’Agri.Parlando con i Sindaci il coro unanime che si è levato è quello di evitare una “nuova” Val D’Agri. Più attenzione al territorio, massima attenzione alla salute dei cittadini, rivalutare l’aspetto economico (royalties) provenienti dalle estrazioni. Richieste condivisibili dato che i giacimenti di petrolio su terraferma possono provocare gravi danni all'ambiente. In questo caso, le fuoriuscite nocive sono dovute, nella maggior parte dei casi, alla cattiva progettazione, gestione e manutenzione degli impianti. Emblematico in tal senso è il caso dell’Ecuador: il grave e diffuso inquinamento del suolo e dei corpi idrici di alcune zone è causato soprattutto da improvvise "eruzioni" di petrolio dai pozzi durante le operazioni di trivellazione, dalla dispersione abusiva del petrolio meno pregiato e dal cattivo funzionamento dei sistemi per la separazione del petrolio dall'acqua.

Tratto da Basilicata24

giovedì, dicembre 15, 2011

L'amministrazione comunale di Atella saprà dire di NO al permesso Eni "San Fele"?

Non si ferma l’attività di perforazione delle società minerarie in Basilicata, vere padrone del territorio lucano, nonostante l’evidente fallimento del Memorandum firmato da Vito De Filippo e Guido Viceconte – ma non dai ministri dell’Economia – e la promessa del governatore lucano di non far estrarre un goccio di nuovo petrolio in più senza la firma dell’accordo bipartisan tra Governo, Regione ed Eni.
Infatti, la società Eni spa – con sede legale in piazzale Enrico Mattei I a Roma, uffici della Divisione Exploration & Production in Via Emilia I a San Donato Milanese ed uffici del Distretto Meridionale (DIME) in via del Convento 14 a Viggiano – con istanza prot. n. 2674 del 28 novembre 2011, ha richiesto alla Regione Basilicata (Dipartimento Ambiente, Territorio e Politiche della Sostenibilità, Ufficio Compatibilità Ambientale) la Verifica di assoggettabilità a Valutazione d’Impatto Ambientale ai sensi della Legge Regionale 47/98 e del Decreto Legislativo 152/06 e s.m.i., relativa “al rilascio del permesso di ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi denominato San Fele , ubicato nella Regione Basilicata in provincia di Potenza, nei comuni di Atella, Bella, Filiano, Muro Lucano, Rapone, Ruoti e San Fele”.

Le attività previste sono riassunte nelle seguenti fasi: a) studi geologici-geofisici e ed interpretazioni dei dati sismici esistenti per la ricostruzione strutturale dell’area e l’individuazione di strutture di interesse minerario nei carbonati mesozoici; b) acquisizione di circa 75 Km di linee sismiche 2D volta alla definizione delle migliori strutture di interesse minerario che saranno individuate nella fase preliminare di studi; c) perforazione di un pozzo esplorativo con lo scopo di esplorare la serie carbonatica mesozoica (Piattaforma Apula Interna), sulla base dei risultati dell’interpretazione dei dati geologici e geofisici acquisiti nelle fasi precedenti.
L’istanza Eni ed il relativo avviso è stata recapitata ai Comuni interessati il 9 dicembre 2011. Sull’istanza alcuni Comuni hanno già rilasciato parere negativo ed altri sarebbero in procinto di adottare atti amministrativi di diniego, come il comune di Muro Lucano, per incompatibilità con le vocazioni ambientali ed economiche delle aree interessate dal permesso di ricerca ove sono presenti aree protette, vincolate, di interesse storico, archeologico ed ambientale. La Ola (Organizzazione lucana ambientalista) fa rilevare che l’avviso non è stato pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regionale (BUR), auspicando che la Regione Basilicata dia “pubblicità” alla richiesta al fine di garantire a tutti di presentare le osservazioni nell’ambito della procedura di autorizzazione ambientale di cui l’avviso Eni.

È possibile presentare osservazioni. Informazioni utili per gli interessati
L’intera documentazione ed i relativi allegati sono depositati in copia a disposizione del pubblico presso la Regione Basilicata (Dipartimento Ambiente, Territorio e Politiche della Sostenibilità, Ufficio Compatibilità Ambientale in Via Verrastro, 5 – 85100 Potenza); Comune di Filiano (Corso Giovanni XXIII, 14 – 85020 Filiano); Comune di Muro Lucano (Via Roma, 39 – 85054 Muro Lucano); Comune di Rapone (Corso Umberto I – 85020 Rapone); Comune di San Fele (Via Mazzini, 7- 85020 San Fele). Ai sensi dell’art. 20, comma 3, del Decreto Legislativo 152/06 e s.m.i., entro il termine di 45 giorni , (ovvero entro il 12 gennaio 2012) dalla pubblicazione dell’avviso chiunque abbia interesse può far pervenire le proprie osservazioni presso la Regione Basilicata Dipartimento Ambiente, Territorio e Politiche della Sostenibilità, Ufficio Compatibilità Ambientale, Via Verrastro, 5 – 85100 Potenza.

Tratto da Organizzazione Lucana Ambientalista

mercoledì, dicembre 14, 2011

La c(l)ava di Barile

Una Cementeria, quella di Barile, ha ottenuto lo scorso mese di marzo, dal Dipartimento regionale all'Ambiente, l'autorizzazione integrata ambientale (Aia). In tal modo potrà utilizzare 25mila tonnellate l'anno, di un particolare tipo di rifiuti, classificati come combustibili secondari solidi, nel processo di combustione.
Troppi aspetti, però, non tornano. Dalla facilità con cui è stata concessa l'Aia, all'atteggiamento del Comune di Barile, che prima si siede ai tavoli regionali, e solo ad autorizzazione già concessa coinvolge davvero i cittadini, a fine marzo di quest'anno, in un incontro pubblico. Incontro in cui va in scena il 'tuttapostismo' dell'assessore regionale all'Ambiente Mancusi. Da quell'incontro poco o nulla è cambiato. Se non l'impegno dell'Amministrazione di Barile a siglare un protocollo d'Intesa con la Cementeria, e l'impegno a nominare, tramite bando, un ente terzo che faccia i dovuti controlli ambientali. Già, perché il vero nodo della vicenda è che sinora, benché l'impianto bruci dagli anni '90, sui controlli non si sa proprio nulla. Le ultime verifiche quest'estate con centraline mobili dell'Arpab.

Di seguito la video-inchiesta:

di Eugenio Bonanata tratto da Basilicata24

martedì, novembre 29, 2011

Il comune di Atella e la variante alla discarica

AGGIORNATO

Nel post 6 milioni di euro per la nuova discarica di Atella, un attento utente del blog, in merito alla rettifica del quadro economico per la perizia variante e suppletiva dei lavori di completamento per la nuova discarica di Atella, ha commentato:


Anonimo ha detto...
Il Comune ha approvato quella variante in barba alle leggi sui lavori pubblici.
Occorreva annullare il contratto con la Basentini, poi riprogettare l'opera con la certezza dei finanziamenti, poi approvare il nuovo progetto di variante con aumento di spesa e poi rifare la gara di appalto. Perché tutto questo non é stato fatto dal Comune di Atella? Perché Basentini deve percepire tutti questi soldini in più senza passare al vaglio di nuova e regolare gara di appalto? Occorre seriemente che la magistratura faccia toc toc al Comune di Atella. Poveri noi, povere casse della Regione, poveri tutti coloro che non aprono gli occhi o fanno finta di averli aperti. Siamo tutti vittime di una dirigenza politica malata e affarista, capace di tutto!

A danno delle tasche e della salute dei cittadini.

E un altro utente anonimo del blog aggiunge:
Anonimo ha detto...
L'Anonimo di prima ha ragione: perché non si fa una nuova gara di appalto? Non è meglio che chi più idee ha migliore sia il risultato, limitando i rischi per la salute e forse anche le tasche con ribassi più attenti rispetto all'atipicità dell'opera? Questa discarica sta rovinando seriamente la credibilità di Atella e dei suoi amministratori, forse per colpa delle più alte istituzioni provinciali e regionali che premono affinchè sia realizzata a tutti i costi... Speriamo che non succeda come nel napoletano e che non si apra un nuovo caso Scanzano (non in termini di radioattività!!!). Ciao.

martedì, settembre 20, 2011

L'inceneritore Fenice inquina gravemente da 10 anni!

Sabato scorso, a seguito della nostra manifestazione cui hanno aderito oltre 40 tra associazioni, organizzazioni e comitati, l’ARPAB ha finalmente deciso di pubblicare i dati mancanti relativi al monitoraggio dei pozzi FENICE-EDF tra il 2002 ed il 2007.
Confermano quanto già sospettavamo da tempo, ossia che l’inceneritore inquina l’ambiente da dieci anni. A questo punto è ragionevole pensare che l’inceneritore abbia “mal-funzionato” fin dall’inizio della sua attività.

E’ gravissimo che molti, pur a conoscenza dello stato di inquinamento del sito, abbiamo finora omesso ed occultato una situazione estremamente allarmante come quella che in queste ore si è platealmente delineata.
Nelle dichiarazioni degli ultimi giorni, che si stanno facendo frenetiche sul sito ufficiale Basilicatanet, il Presidente della Provincia LACORAZZA, il Vicepresidente MACCHIA, il presidente della Regione DE FILIPPO e il direttore dell’ARPAB ing. VITA, manifestano finalmente una presa di coscienza su quanto sia grave la situazione.

Ma a differenza di quanto dichiara l’assessore Agatino MANCUSI, riteniamo che la lettura dei dati ufficiali pubblicati da un organo funzionale della Regione stessa, siano leggibili ed interpretabili in maniera inequivocabile.

La popolazione riesce benissimo a comprendere che 7032 ug/l di nickel presente nel pozzo 9 a luglio 2006 è molto maggiore di 20 ug/l, limite massimo consentito dalla Legge. Per quanto attiene gli effetti di questi sforamenti sulla salute dei cittadini della zona Nord Basilicata, rimandiamo l’Assessore MANCUSI ad una attenta lettura di quanto contenuto nella letteratura scientifica internazionale che lui, in qualità di medico, dovrebbe ben conoscere.

Le nostre preoccupazioni erano e sono fondate.

Ci auguriamo che le forze politiche di Lavello, nel prossimo consiglio comunale aperto che si terrà il giorno 22, confermino la posizione condivisa espressa in questi giorni.

Infine supplichiamo Regione, Provincia e Magistratura, preso atto della grave situazione, di intervenire affinché questo scempio venga interrotto anche se con un imperdonabile ritardo. Bisogna bloccare immediatamente l’attività di FENICE-EDF attraverso la revoca della autorizzazione temporanea della Provincia e l’annullamento della procedura autorizzativa AIA del Dipartimento Ambiente Regione Basilicata.

Tratto da comitato "Diritto alla Salute" - Lavello


Monitoraggio del termodistruttore Fenice

Dati del monitoraggio delle acque sotterranee:
periodo dal 2002 al 2007
periodo dal dicembre 2007 al gennaio 2011
marzo 2011
maggio 2011
luglio 2011

giovedì, agosto 18, 2011

VIA ed AIA per la discarica di Atella

Con deliberazione n.1150 del 28/7/2011, pubblicata sul BUR Basilicata n. 28 del 16/8/2011, la Giunta Regionale della Basilicata, tenendo fede a quanto dichiarato dall’assessore regionale all’ambiente, Agatino Mancusi circa la duplicazione ed ampliamento della capacità dei siti di conferimento di Atella e Venosa, si appresterebbe a duplicare la discarica di contrada Cafaro di Atella, nonostante le problematiche idrogeologiche del sito in oggetto.

Infatti ha rilasciato ai sensi della L.R. 47/98, art.18 e D.l.vo n.152/2006 e smi, art.10, giudizio favorevole di compatibilità ambientale ed aggiornamento dell’AIA – Autorizzazione Integrata Ambientale di cui alla DGR 1356/2008, relativamente alla piattaforma integrata per lo smaltimento di rifiuti non pericolosi sita in località Cafaro di Atella. La vecchia discarica era gestita in passato dalla SOSEV ed aveva presentato anche problematiche ambientali sul corretto smaltimento dei rifiuti con intervento del NE dei Carabinieri. Il progetto oggetto di gara da parte del comune prevedeva la realizzazione di una vasca suplletiva di 90.000 metri cubi da aggiungersi all’esistente di capacità di 140 mila metri cubi.

Tratto da Organizzazione Lucana Ambientalista

venerdì, luglio 08, 2011

Il Pan del Diavolo all'AtellaOnLive'11 il 29 Luglio

Il Pan del Diavolo sarà il protagonista della 5^ edizione del festival ad alto tasso emergente, AtellaOnLive’11, che si terrà il 29 Luglio nella cittadina angioina.

Il duo palermitano di musica Folk / Melodico popolare / Psychobilly (come nella descrizione del myspace ufficiale) è composto da Pietro Alessandro Alosi (voce, chitarra, grancassa) e Gianluca Bartolo (chitarra 12 corde). Due chitarre, quindi, e una grancassa a sonagli a tenere il tempo, una scrittura "urticante" che risucchia l'ironia nera di Fred Buscaglione e il furore vocale degli urlatori italiani ma soprattutto del loro progenitore, Ghigo Agosti, con tanto di Arrabbiati fedeli al seguito.

mercoledì, giugno 22, 2011

Permesso Eni "Frusci", annullamento “determina Lambiase” e petizione popolare

L’Associazione 100 Comuni ha presentato ufficialmente alla Regione Basilicata la richiesta di annullamento in autotutela della Determina Dirigenziale firmata da Salvatore Lambiase (la n.171 del 2011) che di fatto autorizza la ricerca di petrolio in un’area di 237 Kmq compresa dei comuni di Avigliano, Potenza,Ruoti,San Fele, Bella, Atella, Filiano, Baragiano, Pietragalla, Pignola.

sabato, giugno 11, 2011

Scovato un sarcofago di veleni a Monticchio (PZ)

Inchiesta delle Fiamme gialle: stoccati centinaia di fusti di rifiuti pericolosi, erano quasi schermati ai georadar. Non si sa dove siano arrivati. L’ombra delle ecomafie si allunga sulla Basilicata. È un lavoro da professionisti. Centinaia di fusti di rifiuti pericolosi stoccati in una vecchia vasca di calcestruzzo. Lì una volta c’era un impianto che produceva materiale per costruzioni. Ha chiuso ed è arrivata una ditta di carpenteria metallica.

giovedì, aprile 28, 2011

Fai la tua parte: NO all'autorizzazione permesso di ricerca dell’Eni “Frusci”

La regione Basilicata, in barba alle regole e evitando il confronto con i cittadini interessati, ha autorizzato ricerche petrolifere nei comuni di Potenza, San Fele, Pietragalla, Avigliano, Ruoti, Bella, Atella, Filiano, Baragiano e Pignola su una superficie di 240 kmq. Il permesso, denominato "Frusci", permetterà all'ENI di fare attività di prospezione e ricerca finalizzata alla estrazione di idrocarburi e studio del sottosuolo anche nel comune di Atella!

venerdì, aprile 22, 2011

L'impatto del petrolio in Basilicata

di Maria Rita d'Orsogna*

Sono passati diversi giorni dalla fine della «Copam 2011», la conferenza sponsorizzata da Assomineraria per mostrare che è possibile sposare assieme petrolio ed ambiente in Basilicata. Da persona di scienza, non al soldo di Eni o di altre ditte petrolifere, sono molto disturbata dai contenuti ascoltati, che interpreto come pura e anacronistica propaganda. Nessun cittadino che da anni si batte per una Basilicata pulita, come quelli dell’«Organizzazione Lucana Ambientalista», è stato invitato a presentare le proprie argomentazioni. I fatti non si possono però nascondere. In alcune località lucane il petrolio è entrato nella catena alimentare. Molti giovani non vedono futuro davanti a sé e lasciano in massa la Lucania: a loro il petrolio non ha portato nessun tipo di vantaggio occupazionale o economico.

martedì, aprile 12, 2011

Atella, documentario sulla transumanza-Intervista all'autore

Un video-documentario di circa 13 minuti sulla transumanza, "una tradizione Lucana che fin dai tempi antichi fu la base dell'economia Lucana e dell'agricoltura, ma ai giorni nostri tutto questo sta per scomparire", è il lavoro realizzato da un ragazzo di Atella, Cristian Summa, poco più che ventenne.
Il giovane autore ha seguito la monticazione di bovini dai pressi del monte Pierno fino al terreno più collinare nel comune di Atella, svolto nel periodo che precede il duro inverno Lucano.

mercoledì, aprile 06, 2011

6 milioni di euro per la nuova discarica di Atella

Per la precisione 5.989.097,12 euro totali per "lavori di completamento piattaforma sistema integrato di gestione dei rifiuti in località Cafaro", in parole povere, il costo totale per la nuova discarica di Atella.
Altro che riduzione dei rifiuti, differenziata (con tanto di manifesti affissi per il paese)...altro che riciclo, compostaggio (cos'è? si mangia?)...le parole, così come i rifiuti, continuano ad andare in discarica. Con buona pace dei portafogli dei contribuenti e a favore di quelli degli addetti ai lavori (imprese esecutrici, progettisti, consulenti, etc...).

mercoledì, marzo 30, 2011

La Basilicata regala le acque minerali

Il dossier 2011 "Acque minerali: la privatizzazione delle sorgenti in Italia", a cura di Altreconomia e Legambiente, ha analizzato la situazione delle concessioni delle sorgenti d'acqua nelle regioni d'Italia e il quadro che emerge non è rassicurante per i cittadini, mentre risultano favorite le aziende imbottigliatrici. Nel rapporto le normative lucane che regolano le concessioni delle sorgenti d'acqua minerale vengono reputate insoddisfacenti e la regione Basilicata "rimandata" perché non ha aggiornato i canoni dopo l’approvazione del 2006 delle linee guida: sono previsti dei canoni in funzione dei volumi di acqua ma al di sotto di 1 euro per metro cubo imbottigliato. La classifica stilata nel dossier vede primeggiare il Lazio e l'Abruzzo, in quanto hanno rivisto le normative adeguandole alle linee guida nazionali e aumentando i canoni per le concessioni, la regione Basilicata si posiziona al 12esimo posto, ultima la Liguria.

giovedì, marzo 24, 2011

La Regione Basilicata autorizza ricerche petrolifere ad Atella

La OLA (Organizzazione Lucana Ambientalista) denuncia l’assoluto asservimento dell’intero territorio lucano agli interessi delle compagnie petrolifere. Infatti, nell’ultimo Bollettino Regionale (n.7 del 16 marzo 2011), l’Ufficio compatibilità ambientale del Dipartimento ambiente della Regione Basilicata ha rilasciato parere favorevole, con esclusione VIA (Valutazione d’Impatto Ambientale), alle istanze presentate da Eni spa riguardanti i permessi di ricerca idrocarburi denominati “Frusci”, “Anzi” e “Satriano di Lucania”. Sono 22 i territori comunali interessati dalle nuove istanze petrolifere (Atella, Avigliano, Baragiano, Bella, Filiano, Pietragalla,Pignola, Potenza, Ruoti, San Fele,Abriola, Anzi, Brindisi di Montagna, Calvello, Trivigno, Brienza, Picerno, Sant’Angelo Le Fratte, Sasso di Castalda, Satriano di Lucania, Savoia di Lucania e Tito) molti dei quali ricadenti all’interno dei territori di parchi nazionali e aree protette regionali.